L’agricoltura non sia bucolica ma nemmeno ingenua

Il lato oscuro della transizione verde: quando il costo del cambiamento non torna nei conti

 

L’articolo pubblicato sul giornale ‘La Ragione’ coglie con lucidità una verità scomoda: l’agricoltura italiana non può più permettersi il lusso della nostalgia bucolica. Innovazione agronomica, pratiche rigenerative, filiera corta, monitoraggio tecnologico: un lessico finalmente adulto, che sostituisce il romanticismo con la gestione del rischio.

 

Fin qui, la diagnosi è ineccepibile. Ma c’è un capitolo che quell’articolo – come quasi tutta la narrativa della transizione verde – lascia volutamente in ombra. Ed è il capitolo dei conti.

 

 

Il costo della virtù

 

Convertire un’azienda agricola convenzionale in un’impresa rigenerativa non è una scelta filosofica. È un investimento. E come ogni investimento, deve tornare. Le cifre parlano chiaro: il passaggio a pratiche rigenerative comporta, nella fase iniziale, una riduzione delle rese tra il 15 e il 30 per cento, a fronte di costi operativi che non diminuiscono proporzionalmente. Le certificazioni biologiche e rigenerative richiedono anni di transizione non remunerata, consulenze agronomiche specializzate, tecnologie di monitoraggio del suolo che un’azienda familiare di venti ettari difficilmente può ammortizzare in tempi ragionevoli. I fondi PAC 2023-2027, citati con ottimismo nell’articolo di riferimento, coprono una parte del percorso — ma chi conosce la burocrazia europea sa che tra il contributo annunciato e quello incassato passa spesso un abisso di rendicontazioni, ispezioni e ritardi.

 

Il risultato è paradossale: l’imprenditore agricolo più virtuoso è, almeno nel medio periodo, anche il più finanziariamente esposto.

 

 

La grande menzogna del consumatore consapevole

 

L’industria alimentare e la grande distribuzione hanno costruito negli ultimi vent’anni una narrazione potente: il consumatore è pronto a pagare di più per prodotti sostenibili, tracciati, privi di residui chimici. I sondaggi lo confermano regolarmente. I dati di vendita, altrettanto regolarmente, raccontano un’altra storia.

 

Nel 2023, in piena crisi inflattiva, le vendite di prodotti biologici in Italia hanno registrato una contrazione reale per la prima volta dal 2000. Non perché i consumatori abbiano smesso di voler bene alla terra, ma perché tra il dichiarato e l’acquistato esiste uno scarto strutturale che nessuna campagna di sensibilizzazione colma. Quando il carrello della spesa diventa un problema di bilancio familiare, la prima voce a saltare è la premium sustainability. L’olio extravergine rigenerativo a diciotto euro il mezzo litro resta sullo scaffale. Vince l’olio tunisino a quattro euro.

 

Questo meccanismo non è una colpa morale del consumatore. È aritmetica. Ed è esattamente il punto cieco del modello che si va propagandando.

 

L’industria che applaude ma non paga

 

Il secondo attore che manca all’appello è la grande industria alimentare. Le multinazionali del food hanno abbracciato con entusiasmo il vocabolario della sostenibilità: i loro siti corporate brillano di impegni net-zero, le confezioni si riempiono di foglie verdi e certificazioni. Ma quando si siedono al tavolo di trattativa con il produttore agricolo, il prezzo che offrono raramente incorpora il costo reale della transizione.

 

Il meccanismo è noto a chiunque lavori nella filiera: il retailer e l’industria di trasformazione trasferiscono sul produttore la pressione normativa della sostenibilità — pratiche rigenerative, riduzione dei fitofarmaci, tracciabilità di filiera – senza riconoscere il delta economico che ne consegue. L’agricoltore sostiene il costo. La GDO incassa il valore reputazionale. Il consumatore paga il prezzo che può. Il cerchio non si chiude mai.

 

 

Halaesa e le altre: esempi reali o casi irripetibili?

 

L’articolo del giornale ‘La Ragione’ cita Halaesa, società agricola *benefit* fondata in Sicilia nel 2022, come esempio virtuoso di integrazione tra innovazione e modello di business strutturato. L’esempio è reale e merita rispetto. Ma va contestualizzato: Halaesa nasce in un quadro di capitali pazienti, visione di lungo periodo, posizionamento di nicchia su un prodotto – l’avocado rigenerativo – con margini e mercati di riferimento molto specifici.

 

Quante aziende siciliane possono replicare quel modello? Quante hanno accesso a investitori disposti ad aspettare cinque anni per un ritorno? Quante producono avocado invece di grano duro, agrumi o olio in mercati ipecompetitivi e price-sensitive?

 

Il rischio concreto è che la transizione verde si stratifichi: in alto, una piccola élite di imprese innovative, capitalizzate, capaci di attrarre fondi e narrazione mediatica. In basso, la stragrande maggioranza delle aziende agricole italiane – frammentate, sottocapitalizzate, spesso condotte da imprenditori over sessanta – che restano intrappolate tra l’impossibilità di non cambiare e l’impossibilità economica di farlo davvero.

 

 

Cosa manca davvero

 

La trasformazione dell’agricoltura mediterranea è necessaria, urgente, e in parte già in corso. Ma perché non resti un privilegio di pochi o un esercizio retorico, servono tre cose che nessun convegno nomina abbastanza:

  • Primo, una politica dei prezzi minimi garantiti per le produzioni certificate, che trasferisca nella remunerazione all’origine il valore aggiunto della sostenibilità — anziché lasciarlo interamente catturato dalla distribuzione.
  • Secondo: strumenti fiscali che rendano conveniente per la grande industria alimentare pagare di più il fornitore rigenerativo, invece di limitarsi a comunicarlo.
  • Terzo: un ripensamento radicale della comunicazione al consumatore: non più appelli alla coscienza ecologica, ma trasparenza brutale sui costi reali di produzione — perché le scelte consapevoli si fanno con le informazioni, non con le emozioni.

L’agricoltura non sia bucolica, d’accordo. Ma non sia nemmeno ingenua: credere che il mercato remuneri spontaneamente la virtù ambientale, senza intervento strutturale sulle regole del gioco, è un’illusione romantica non meno pericolosa di quella che si vorrebbe superare.

 

Articolo di Carlo Francesco Dettori

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